Pino Donaggio: un ricordo di Ennio Morricone


Ho saputo della scomparsa di Ennio Morricone dal mio macellaio. Uscito di mattina presto, senza guardare tv e giornali, acquistando un po’ di carne per il pranzo, col filetto in mano, il mio venditore di fiducia mi ha detto: ha sentito? È morto Morricone. È curioso come alle volte la vita ci accomuni alle persone nei momenti più inattesi. Proprio con Ennio ho condiviso, in modo sorprendente, uno dei fatti più tragici dell’umanità: l’abbattimento delle Torri Gemelle. Quel giorno eravamo entrambi all’allora Forum di Roma, per registrare lui una partitura e io invece per completare il missaggio del film “The order” con Van Damme. Quando si è scatenato l’inferno, avevamo un televisore davanti al quale ci siamo tutti precipitati per seguire gli avvenimenti. Eravamo sotto choc. Ricordo che io e Ennio eravamo increduli e incapaci di dire qualsiasi cosa.
Ci conoscevamo già da tempo. Direi soprattutto a Sanremo. Negli anni ’60. Condividiamo diciamo lo stesso percorso musicale: lui diplomato in tromba, io in violino; entrambi presenti nel mondo della musica leggera; infine il cinema. All’epoca io scrivevo canzoni, da “Io che non vivo” a “Come sinfonia”, mentre lui faceva soprattutto arrangiamenti, da Rita Pavone a Edoardo Vianello, da Gino Paoli a Gianni Meccia. Avevamo un buon rapporto, soprattutto professionale. Cordiale, amicale.
Non serve che dica io la sua statura artistica. È giustamente risaputa. È stato un grande compositore, un faro per tutti quelli che hanno avviato la carriera di musicisti per il cinema. Ha modificato l’idea di musicare il western, con idee che nessuno aveva mai avuto; ha fatto di rumori e suoni una cifra inconfondibile; ha osato mettere la voce sullo stesso piano dell’orchestra sinfonica: portava la sua musica nel vivo della scena, dentro il film. Non la metteva come appoggio, la faceva vivere una sua vita autonoma. I suoi suoni sono stati innovativi. Raramente scriveva cose allegre, era più portato per il dramma, per il grande romanzo, per le storie ricche di pathos; e ovviamente per il western, come abbiamo visto anche con il film di Tarantino. Una volta siamo stati, diciamo così, anche in competizione: tutt’e due abbiamo avuto la possibilità di scrivere la colonna sonora di “Mission” di Roland Joffé, poi purtroppo per me l’ha spuntata lui. Quando è venuto a Venezia, nel 2007, in Piazza San Marco, per quel concerto che i veneziani ricordano certamente ancora, sono andato a salutarlo: è stata una bella serata, un incontro piacevole, anche se veloce.
Saluto un grandissimo collega che ci ha regalato e lasciato pagine straordinarie. La musica non muore.

Pino Donaggio